17.3.05

Terminata l'intervista ai due bravissimi Player e SignoraFranca, ora tocca a voi lettori: un commentario semplificato al massimo e posto alla fine di ogni domanda vi darà l'opportunità di dire la Vostra...
Da me, grazie.



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PRESENTAZIONE E PRIMA DOMANDA

Affascinata dalla sincronica bravura ludolinguistica di Player e della SignoraFranca, ho osato chiedere loro una intervista in doppio, che mi è stata, molto carinamente, concessa.

LUI: Player, giocatore e mentitore, voce e memoires d'autre tombe, in transito tra i blogmortali, ectoplasma atipico per le sue nostalgiche aspirazioni ad essere uomo tra uomini, fan di Renato e perciò pensatore coartato.
LEI: Franca, consorte indeclinabile, costituzionalmente ineccepibile, spalla e capocomico nel minuetto con Player, alfabetizzata oltre ogni intenzione, ideatrice dell'Accademia della Tavola Sparecchiata e perciò Maitre de langue.

Grata di essere qui con voi per una disinvolta chiacchierata, permettetemi prima di offrirvi, già pronti sul vassoio della galassia ME, un tè alla cannella per lei Signora Franca e un tè al bergamotto per lei Player. Io berrò un coppa di polvere dell'astro notturno.

D: Franca e Player, come vi siete trovati uniti nel sacro vincolo del matrimonio ludolinguistico? Immagino che a entrambi, data l'eterea sostanza dei vostri corpi, mancherà il sostràto su cui si fonda la vita di coppia, però noto che Lei Player "apparecchia" in tavola pietanze a base di lingua in tutte le salse, che Lei Franca abilmente sparecchia. In sintonia quindi. Incontro fortuito o frequentazione back-stage?

R. Player:
Posso dire che andò così: una sera le dissi:"Signora, mi concederebbe questo ballo?".Solo che al posto della parola "ballo" dovreste leggere "gioco", e che al posto del punto di domanda stava la domanda "Ma lei, chi è?", ed in funzione della voce che emetteva tale domanda stava un'epistola elettronica. Sì, iniziò così il nostro dialogare. O il nostro dilagare? Non ricordo. Lei mi perdonerà, Elisabetta, se talvolta sarò un poco reticente...sa, la memoria mi fa brutti scherzi.

R. Franca:
Oh, ma è stato un incontro assolutamente, intensamente, volutamente fortuito, il nostro. Da molto tempo mi batto perché sia legalmente riconosciuta la preterintenzionalità del linguaggio - il mio blog si può definire un blog militante, in tal senso - e quell'incontro ne è la prova esemplare, dolosa e colposa. E il nostro è un meraviglioso ménage, fondato sull'assenza, o meglio, la presenza alterna, secondo le regole spaziotemporali vigenti nella blogsfera, questa specie di pista da elefanti stesa sopra al macadàm, dove poche ore fanno un'epoca, e i post sono immortali per l'eternità d'un giorno. Quando Player apparecchia, Franca - anzi, lasignoraFranca (è un nome per intero, non divisibile: la signora Franca è l'essenza consortile, l'abilitata all'opinione in virtù di contiguità, la suprema incompetente con diritto di parola: un'icona perfetta, di più, una blogger a tutti gli effetti) - sonnecchia. E viceversa. Con un'importante eccezione: lasignoraFranca, appunto, sparecchia. Gioca di sponda e spariglia. Ma all'indietro e sui tacchi a spillo. Infine, qualcuno dice che gli incontri tra blog non sono consumati, ma io non sono d'accordo. A costoro vorrei ricordare che il linguaggio è inconsumabile, per quanti sforzi si facciano, sicché qualsiasi matrimonio ludolinguistico - anche uno morganatico come questo e tutti gli altri affondati nello spazio d'alcova dei commenti - è sempre al sicuro...

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SECONDA DOMANDA

D: Player, Lei nasce filosofo ma pretende di "morire" per indigestione di sprachspiele: ha abbandonato la via dei Maestri per delusioni sentimentali o per carenza di sofismi?
Se ho letto bene tra le righe del suo diario, Lei Signora Franca nasce linguista, grammaticalmente correct e perifrasticamente ben dotata: me la darebbe una ricetta a base di consecutio?

R. Player :
Sono un filosofo che non esercita. Mi permetta di citare, e le prometto che non lo farò più, proprio quel filosofo che mi ha ossessionato a lungo ed al quale rubo il volto: "In filosofia si deve scendere nell'antico caos e ivi sentirsi a proprio agio". Ecco, io non sono riuscito a sentirmi a mio agio nell'antico caos, e mi sono dedicato ad altro, a qualcosa di molto più superficiale, quindi di molto più difficile.

R. Franca:
Mia gentile ospite, lo ammetto: son stata tirata su a ipotassi e concinnitas, in grandi dosi, prima dei pasti (e ogni mattina, un bicchiere di latte e accademia della Crusca: regola a meraviglia il transito semantico). S'immagini che da piccola volevo sposare Cicerone. Lo vedevo gigantesco e un po' sulfureo, una specie di Giuliano Ferrara in toga bordata di porpora. Ma si sa, da piccoli vogliamo tutti diventare pompieri o trapezisti, o sposare la persona sbagliata. Poi diventiamo grandi e apriamo i blog. Dunque, nel tempo ho messo a punto una ricetta che sono certa Le piacerà. Occorre prendere un blog - sarebbe meglio un blog fresco, non d'allevamento (sa, quelle vasche in cui nuotano blog tutti uguali, tutti a strisce fluo, con le stesse colonne laterali, l'occhio rotondo e un po' fisso, i banner con le stesse pulsazioni). Un blog fresco ha citazioni scintillanti, arguzie, argento vivo, e non fa nemmeno odore di blog. Sa di madeleine, di bourbon, di toner al limite, ma non di blog. Dunque, non fatevi ingannare, e scegliete sempre blog freschi. Quindi non dissalateli, e non passateli sotto l'acqua, mi raccomando: si potrebbero perdere commenti, sali minerali, refusi, fraintendimenti, le preziose impurità che fanno di un blog un fabbricante di perle, talora, come talune ostriche bivalve di temperamento irritabile. A questo punto è fondamentale conoscere la categoria del blog. Ci sono blog indicativi, blog congiuntivi e blog gerundi (i miei preferiti, i più nutrizionalmente corretti). Il punto di cottura è differente: nei blog indicativi è basso, e si possono anche mandare a farsi friggere (mi raccomando il lessico extravergine); i blog congiuntivi (che sono quelli ambiziosi, ottativi, intensamente perifrastici, lirici, pieni di accusativi verso l'infinito e oltre) richiedono lunghe cotture in pentola (ma senza i coperchi), o al limite gli altoforni (qualcuno dice che andrebbero passati per il camino, ma io non sono d'accordo: sono iscritta ad Amnesty, che diamine)(e comunque ammetto la donazione d'organi tra blog, e persino la fecondazione eterologa, che anzi, ammettiamolo, è una delle componenti più virali, volevo dire vitali, della blogsfera); i blog gerundi, piuccheperfetti e d'alto valore nominale, si possono consumare anche crudi, con un po' di gelato al limone. Mettere a questo punto le carte in tavola, e buon appetito!

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TERZA DOMANDA

D: Player, anche lei -ne sono convinta - sarà stato allevato a pappine anagrammatiche , risotti enigmistici e forse anche torte sacher acrostiche. Mi dice quali sono stati i suoi Chef preferiti nei tomi dove lei è stato visto circolare spesso? Con quali di essi ha legato di più e con chi ha litigato? Come tutti coloro che si cibano delle parole dei Grandi per crescere in armonia e in sintonia con la nostra amata lingua, quali sono stati per lei Signora Franca i grandi Chef della sua adolescenza? E quali ingredienti di costoro le sono sembrati più appetibili?

R.Player:
In realtà io non pratico la ludolinguistica; una mattina, svegliandomi da sonni inquieti, mi sono ritrovato trasformato in Player, cioè in uno condannato a sperimentare continuamente la natura di “gioco” d’ogni forma di comunicazione linguistica. E’ quindi difficile, per me, al pari dei replicanti che sognano pecore elettriche, ricostruire la mia “biografia intellettuale” al di là delle molte o poche cose che mi legano all’alter ego che mi è stato assegnato, cioè Wittgenstein. In un tempo lontano dovevo diventare un filosofo del linguaggio; ma quella notte, il fulmine sul campanile del castello non fu abbastanza potente, e così, il mio dottore e creatore (Frankenstein e Jekyll, insieme, destino di nomi duri da digitare….) dovette accontentarsi della strana figura che io sono adesso. Un vecchio errore. Certo, le so dire s’essere kafkiano dalla punta delle scarpe alle punte dei capelli, ma poco più. Sono un “assemblato”, e non so quali germi di poesia, di letteratura, di cinema il mio dottore abbia messo nella pozione che lo trasforma in me. Mi piacerebbe molto farle una dotta lista degli autori che m’informano, nel senso proprio di “dar forma”, ma non li ricordo o non li conosco. Jekyll li conosce, e andrebbe chiesto a lui. Io non posso “avere gusti”, perché la mia voce è una modalità in cui un certo gusto si esprime. Io sono “modale”. Mi compiaccio soltanto di partecipare alla stessa umanità che ha permesso il genio, ed insieme alla stessa schiera di figure venute in vita come creazione fittizia: sono persona (inorganica) e personaggio. Ho pagato già il mio soldo di verità?

R.Franca:
Sì, laddove Player è modale, per grazia degli dei (i suoi dei ulteriori) lasignoraFranca è smodata, e ciò le consente stravizi che una creatura puramente ludolinguistica non potrebbe permettersi, anche se qualcuno la paragona - e mi consenta qui la citazione dotta - a Buzz Lightyear, l'astronauta-giocattolo di Toy Story 1 (ognuno ha i riferimenti culturali che si merita), convinto d'essere davvero un astronauta, lanciato "verso l'infinito e oltre". Ecco, lasignoraFranca ha un magnifico portamento, e fa girare pure un poco il tondo delle anche, diretta verso quell'oltre. Lei può. Dunque lasignoraFranca esprime gusti, imprime scelte e dice, senza virgolette, io. In quest'io, se ha la cortesia di fare un zoom, troverà una foresta di sapori - farò un'altra citazione dotta: "Non si vive di doveri ma di sapori" , cfr. Kate e Leopold - e ingredienti. Ovvero aroma di caffè, opaco e scintillante, spezie delle Indie Occidentali, del Sudamerica delle parti di Macondo, gesti tropicali, stelle uruguaiane, una scatola di madeleines - tatto e canzoni perdute e ritrovate - pensieri diversi, sentieri interrotti, sentieri selvaggi, se una notte d'inverno, l'inverno del nostro scontento, gittate smilze, anime magre, grossi e grassi matrimoni greci, la costruzione d'un amore e la ricostruzione del mocambo, fughe all'inglese e pazienti inglesi, oscuri futuri che s'avanzano, lupi della steppa e lupi spelacchiati. Cito solo uno Chef, il più grande. La linguistica moderna non sarebbe niente, senza di lui, e forse neppure l'anima moderna, certo non i blog: Antonio de Curtis.

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QUARTA DOMANDA

D. Ma almeno Player L.W. le è stato concesso dai suoi mostruosi creatori di affinare un gusto estetico mentre assaporava i piaceri della vita da replicante? E se è sì quale?
Come tutte le donne, lei Franca ha un senso estetico notevole. Predilige Magritte, ma non disdegna simbolisti, futuristi e dadaisti. Cosa ne pensa dei cubisti? Crede che potrebbero trovare collocazione anche nei blog, magari su un cubo semovente con lettere da sorteggiare ogni volta per dare vita al nuovo post?

R. Player:
La mia cifra è esser cifrato. Anche se, come avrebbe detto il Principe, non amo le "frasi sotto semaforo", forse perché io stesso sono un semaforo, cioé una metafora. Io non ho gusti, lo ripeto, sono i gusti, o meglio, gli "stili" che si riflettono in me. Io sono molto liberty, ad esempio. In me struttura e decoro coincidono. Ma sono anche, fin da bambino, un futurista e fui compagno d'armi di Mario Sironi. Ecco, di me si può dire che sono "sironiano", sto dentro ai suoi quadri, alle sue periferie urbane, quelle coi gasometri, coi tram gialli, coi ciclisti in paglietta (io sono fatto d'una pittura d'inizio Novecento dai colori forti e pastosi, molto drammatica). E' inutile dire che posso ascoltare "La mano felice" rassettando la casa, vale a dire una musica sconosciuta, citata per costringervi al "googling". E' anche vero che una volta che il seme dell'Espressionismo è stato lanciato, non si può più tornare indietro. Per non parlare dei gesti d'architettura (certo, razionalista). Qui rubo le parole, ma vedo che la mia sodale ogni tanto bleffa: finge di rispondere alla sua intervista, mentre sta parlando, ancora, con me attraverso le risposte che dà. Sono citazioni "intradiegetiche", ad un racconto che è il nostro dialogo sotterraneo. E questo non è corretto verso chi legge....Ripeto, sono solo una modalità di gusto, abbastanza esercitato.

R.Franca:
Mia cara, ci sono già una quantità di blog cubisti: guardi come saltano su a dimenarsi sul cubo, con lustrini scintillanti sulle code, mentre infuria la musica e le luci stroboscopiche dei banner ci fanno strabuzzare gli occhi... Quanto a simbolisti e dadaisti, adoro i funambolisti, i trampolisti e gli accidentalisti. Sono magrittiana per contrasto e disciplina sintattica, ma, come sa, in Magritte l'opera sta tra il quadro e il suo titolo: su quella corda tesa mi piace camminare. Ancheggiando, se posso. Verso l'infinito e oltre. E l'infinito, si sa, è sempre il prossimo post.

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QUINTA DOMANDA

D. Per Vostra ammissione, siete "lo svolgimento di un tema", un elaborato partorito dalla fronte dei vostri rispettivi Jakill. Partendo dal presupposto che non esiste creazione, opera d'arte o semplice scrittura, che non rifletta, seppure mascherata, la intima natura del suo creatore, cosa del suo Jakill Lei, Player, ha assorbito suo malgrado e quale effetto, seppure micrometrico, ha contaminato per sempre la sua pelle?
E Lei Signora Franca, a parte la sua innegabile femminilità, i tacchi a spillo e l'ondeggiamento tipico che ne deriva, cosa sente di dover "sopportare" della sua creatrice?

R.Player:
In effetti c’è una cosa che ho ereditato dal portatore della mia voce; è una cosa che condividiamo, un’abitudine che si fa abito, letteralmente, un piccolo pezzo di stoffa che ci unisce, gemellandoci più di quanto la natura del dettaglio, del particolare, faccia apparire. E’ una cravatta di lana, colore “blu notte”, fatta a maglia sottile, con la punta quadra. E, in fondo, un monogramma ricamato in bianco, tre lettere di marca francese. Lui, il proprietario della voce e della cravatta, lascia che io la indossi tutte le volte che voglio; si adatta bene a molti abiti; alle lane spesse di giacche marroni, a quelle rase e verdi; ma anche ai cardigan bordò, a quelli blu e agli azzurri, ai velluti invernali, dei pantaloni a coste larghe o di panno, grigio antracite. Finirò per sembrarle uno snob o, peggio, un dandy, mentre credo di potermi dire davvero spartano nella mia cura. Ma forse lei voleva qualche tratto più profondo, psicologico. E sia: dal mio portatore ho assorbito l’appartenere di necessità ad una “razza triste”. Ho preso i segni delle sue fatiche e dei riguardi, per la pietà domata in fondo a certi sguardi, e i segni amari dei piaceri sopportati. Da lui ho preso qualche ruga in più, qualche capello bianco sulle tempie, una specie di noviziato alla saggezza precoce, un “nascere vecchio”, secondo l’espressione siciliana. E’ pur vero, però, che ci facciamo una gran compagnia.

R.Franca:
Suvvia, gentile ospite, chi di noi non è un componimento a tema? E certuni, ma solo i più fortunati, sono componimenti fuori tema. Certo, qualcuno somiglierà di più a una jam session, qualcuno a uno standard malamente rimasticatoma qui mi fermo: la mia dotazione genetica e ormonale mi tiene irreparabilmente lontana dal jazz, del quale, mi creda, non capisco il motivo, non più di certe cravatte - qualcuno a uno jodel lanciato contro un ghiacciaio, ma siamo tutti creature linguistiche, concepite in vitro. Se guarda bene, noterà che i blog, che pure sono tutti ombelichi del mondo, mancano proprio d'ombelico: sono cresciuti per provette ed errori. La nostra missione nella vita, d'altronde, non è scrivere: è editarci. Ci editiamo furiosamente: nei post, nei commenti, nell'arredamento dei blog (io ho ritinteggiato da poco, e mi sa che per la primavera cambierò la fodera dei cuscini e i copritende). Guardi che profluvio di cenni, allusioni ottiche, visioni provate. Guardi come siamo fané, blasé, doré. Tutto editing di noi stessi. Come pittori della domenica, indefessi cercatori di quel celeste lì, proprio quello. Così, che vuole che Le dica della mia Jackyll ? Ma poi, perché Jackyll? Solo per i maschi, che sono dei principianti nell'arte della doppiezza, va bene questa maschera (maschiera?): noialtre cominciamo fin da subito, con la doppia X, a farci in due e quattro e otto e... , quindi proporrei di chiamarla Jacqueline, in onore di una delle prime signorefranche che la storia ricordi, la mitica e indimenticata, la portatrice sana di Chanel (non numero 5, quella era Marilyn: sto parlando dei tailleur), la presidenziale per eccellenza: Jacqueline Kennedy. La mia Jacqueline è un tesoro: mi presta i collant, i tampax, i template, e m'ha promesso che mi regalerà la sua giarrettiera rosa. Cos'altro potrei desiderare?

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SESTA DOMANDA

D. La costante osservazione degli oggetti lontani - che mi è congeniale - mi ha portato ad esplorare a ritroso i vostri blog: nel suo, Player, ho trovato poche ma efficaci digressioni verso la poesia e il sogno, come nel caso della volta in cui "andò a interrogare il fiume"; mentre, nel suo Franca, una costante ricerca dell' attività ludica. In apparenza Player lei sembra rimpiangere di non poter essere "uomo tra gli uomini", lei SignoraFranca sembra voler dimenticare ambasce e pensieri gravosi per dedicarsi unicamente all'ironia e al gioco. E così?

R.Player:
La poesia è nelle cose; la parola, per me, è una specie di strumento estrattivo, un solvente, per mettere in luce quello che di poetico il reale ha già di per sé; non abuserei mai della poesia, scrivendola con troppa spensieratezza. Sono un lettore di poesia (e si vendono pochissimi libri di poesia). Circa i sogni, io non credo nell’intepretazione dei sogni; proprio per questo trascrivo i miei sogni, ordinatamente, da almeno una decina d’anni. Spesso ne ho tratto del materiale molto interessante per capire non tanto me stesso, quanto il mondo poetico (o fantastico) nel quale mi trovo a mio agio. Che poi, l’ho già detto, è qualcosa di molto simile ad un quadro di Sironi. Lei dice “essere uomo tra gli uomini”: no, Player in quella dimensione non può esistere. Ed infatti, la voce tutelare, il mio fantasma indigerito, LW, fu un discreto disadattato delle relazioni umane. Improvvisamente sono colto da una domanda angosciosa: ma a chi vuole che interessino queste cose?

R.Franca
Credo che le strade che ci hanno condotti qui siano diametralmente opposte: Player è in gabbia, è stato rinchiuso qui dal suo creatore - se si sporge può vederlo, lassù in alto, col camice, mentre preme le levette che azionano le chiuse del labirinto, fa scendere il pezzettino di formaggio, accende le lucette - io ci sono entrata perché volevo riarredare il mio tinello marron. Player rimastica rancore contro il suo Jackyll, io passeggio con la Fendi della mia Jacqueline. Lui è novecentesco, io post-moderna (in quasi tutti i post). Lui stringe le mani ai Maestri, io li fuggo. Lui è cifrato, io incipriata. La differenza è sottile ma sostanziale, come tra cavia e caviale.

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SETTIMA ED ULTIMA DOMANDA

D.Nell'immaginario dei Vostri affezionati lettori, credo che i personaggi di Franca e Player abbiano assunto contorni fisici ben precisi, molteplici naturalmente a seconda di come, ognuno dei vostri lettori, si è relazionato con la vostra scrittura, a seconda cioè del vostro potere di se-duzione. La mia domanda è questa: c'è qualcosa delle Vostre fittizie identità che vorreste (o che avete già) trasferito nella vita quotidiana del vostro alter Ego? E se è sì, cosa?

R.Franca:
Una canzone del passato - mi pare del grande chansonnier francese Roland Barthes (il mio preferito dopo Jacques Brel) - dice più o meno così: "Si scrive col proprio desiderio, e io non smetto mai di desiderare...". Dunque, il destino di noialtre creature tutte testo è d'essere inevitabilmente desiderabili & desideranti. E poi c'è chi dice che i testi sono sempre macchine di seduzione (se-durre etimologicamente - e vi ricordo che l'etimologia è una scienza esatta - vuol dire "condurre in disparte", ed è quello che le migliori scritture fanno, no?). Ci scriviamo un corpo, e lo facciamo più bello possibile, e adeschiamo il lettore. Magari, lo so, c'è chi nello sforzo somiglia più a Platinette che a Monica Bellucci, ma queste sono cose che capitano, e a volte capitolano: la scrittura è anche imprevisto e preterintenzionalità. Io sto molto attenta a particolari determinanti: l'orlo della gonna, lo smerlo degli aggettivi - quelli macramé non si portano più, ora si usano certi appellativi stondati appena sopra il ginocchio, lavorati a meno, contrappuntati a punto croce e delizia, un po' anoressici, friabili, nerastri, tinti a caldo di caligine - il fondotinta ton-sur-toner - che il ton-sur-Breton è disperatamente démodé e di ton-sur-feuilleton è pieno il web e la sua copia, cioè il mondo - la messimpiega allegorica, anagogica e digitale, le belle figure etimologiche. E comunque direi che, semmai, è l'esatto contrario: c'è qualcosa della mia Alter Ego (che più che altro è un'Altera Ego) che vorrei tradurre in signoraFranca. Ma qui entriamo in un altro territorio: l'inquilino del seminterrato che decide per noi, ci manda pacchi di lettere che non sempre sappiamo leggere, e qualche volta proviamo a tradurre, a scrivere. Qualche volta, diventano post. Siamo tutti postumi di noi stessi, in fondo.

R.Player:
La nascita e la persistenza della voce che si chiama “Player”, è stata determinata proprio da un movimento contrario al trasferimento di cui mi chiede: tutto quello che non trovava spazio nell’alter ego, sia nella sua forma blogghistica sia nella sua vita in 3D, ha trovato spazio in questo personaggio, che pure m’appartiene come “partizione” della personalità. Non è che il sostrato di Player sia diverso dal mio, o dal quello del suo Jakyll: no, i valori, le inclinazioni, le paure, i pregiudizi (ecco, soprattutto i pre-giudizi) sono gli stessi. Quel che cambia è l’espressività, i modi d’espressione di questi pregiudizi. Io potrei vestirmi da Player, parlare con il suo accento, imitarne la camminata sghemba, le spalle strette in giacche strette, lo sguardo insofferente. Ma è il concetto stesso di “vita quotidiana” che è inapplicabile a Player. Spesso ho usato la similitudine letteraria di Jekyll ed Hyde perché è un’immagine molto potente di un tema ancestrale, in letteratura e nella vita: il tema del “doppio”. Come vede, Player è condannato ad un uso smodato di virgolette, praticando in continuazione ed ossessivamente la differenza tra uso e menzione di un segno. Tutti questi nostri blog camminano costantemene sul filo dell’inaridimento espressivo, impegnati come sono in una giostra di linguaggi e meta-linguaggi, e meta-meta linguaggi. Il mio blog di Player è un blog “alla Player”, un parlare “in maschera” (un cantare in maschera, che è una modalità del cantante lirico). La SignoraFranca si è accorta che quel blog-maschera era solo un MODO, un modo replicabile, tanto che ha creato (certo con finalità proprie) il suo come esca e modello per Player; la cosa ha ingenerato, in taluni e talvolta, l’equivoco che fosse la stessa persona a scrivere le due voci: non era così. Mentre la mia maschera si sta consumando, lei, che un po’ l’ha cannibalizzata, si apre ad una luminosa carriera: la SignoraFranca sopravviverà lungamente, se riuscirà a coltivare il suo “modo”, anche quando Player sarà solo un reperto linguistico; certo, radioattivo, luminscente, fosforescente forse, ma esaurito. Player avrà vissuto quasi un anno, dal maggio 2004 all’aprile 2005, ben stretto dentro le sue regole comunicative. Ogni tanto qualche commentatore compassionevole tornerà a trovarlo: Player, ci sei? Come stai? (qui dovreste immaginare la sala d’aspetto di terza classe d’una stazione vuota, ed un uomo con la testa china, con la fronte appoggiata sulle mani: sono io). Devo, in conclusione, esprimere un sincero ringraziamento ad Elisabetta: è grazie a lei, al suo interessamento, se ho potuto incontrare nuove voci, nuovi lettori da cui attingere idee e riflessioni illuminanti.
Un’ultima descrizione congiunta degli intervistati vorrei affidarla, come saluto, a parole ben più levigate e musicali delle mie, "Architetture lontane" di Paolo Conte, parole che dedico ad Elisabetta in particolare e a tutti gli altri pazienti lettori dei nostri blog:



Avvenne per caso in una
Stradina moderna sotto la pioggia
Gli ombrelli che fanno zum -zum - zum
E l’ universo fa bum - bum - bum
Lui: una canzone francese
Lei: una rossa risata irlandese
Piovvero languidi giorni
Piovvero languidi giorni…
Sì ma io dov’ero andato
Tutto mi sarei guardato
Ne avrei scritto
anche meglio di così
Lui era un loden portato da una
Dolcezza senza rimpianti
Da studi classici ardenti,
La pipa morsa tra i denti…
Lei era un cavallo, un gatto, un’ondata
Di mare nordico al sole,
Vestita come uno vuole,
Vestita come uno vuole…
Due belle gambe, lei e un po’ di
Fumo azzurro, lui…
Col permesso degli dei…
Gli dei dei bei sonni…
Gli dei dei begli anni,
Gli dei dell’ amore rosso,
Del fuoco nelle sottane,
architetture lontane…
La vecchia canzone francese
Contro una rossa risata irlandese
Gli ombrelli che fanno zum
E l’ universo fa bum - bum - bum




Grazie Franca, grazie Player, è stata la piu bella chiacchierata della mia esperienza da intervistatrice. Non conosco i vostri nomi, non conosco le vostre identità anagrafiche, ma vi assicuro che la vostra simpatia, la vostra bravura fuori del comune e la vostra benevolenza nei miei confronti, sono la migliore ricompensa alla decisione di rimanere nella Blogsfera.

Dopo un periodo buio, ecco, il mio raggio di sole.






So che non c'entra con l'intervista, ma ogni volta che ottengo un risultato come questo non posso che ringraziare mentalmente il mio buon amico Pietro B., primo blogger conosciuto nel maggio 2003, che mi incita sempre a non arrendermi.

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